La lezione inaugurale del 6 agosto lancia la stagione nr.52 del DYK Chiasso,  la più antica scuola di arti marziali del Distretto di Mendrisio.

La lezione è stata anche l’occasione per festeggiare i quarant’anni di presidenza di Marco Frigerio (classe 1964, 6° dan FSJ). Nominato alla testa dell’associazione nel 1985, allorquando aveva vent’anni, Frigerio ha diretto e gestito il club durante quattro decenni. Considerando l’importante traguardo abbiamo pensato di intervistarlo.

Come hai iniziato a praticare judo ?

Ho iniziato a sei anni, per caso. I miei genitori hanno scelto per me. Dopo un paio di lezioni di prova mi hanno iscritto alla stagione 1970/1971 proposta dalla scuola Migros a Mendrisio e così, anno dopo anno, non ho mai interrotto la pratica, anche se – a dipendenza degli impegni professionali e famigliari – l’intensità della stessa è mutata. Sono attivo al DYK Chiasso dalla sua costituzione avvenuta nel 1974.

Quanto tempo dedichi oggi al club ?

Dirigo le due lezioni settimanali del corso amatoriale per giovani e adulti. Supplisco gli insegnati di ruolo quando necessita e organizzo gli eventi dell’associazione: la notte dei samurai, lo stage di fine giugno alla Perfetta di Arzo e le gare educative per i giovanissimi in primis.

In quarant’anni hai visto passare una marea di giovani, sono cambiati nel tempo ?

Al dojo di via Cattaneo di Chiasso sono passati moltissimi giovani, alcuni si sono fermati qualche anno altri hanno effettuato solamente una fugace apparizione. La mia impressione è che le ultime generazioni si trovano in maggiore difficoltà rispetto a chi le ha precedute. Il mondo è cambiato e le certezze si sono ridotte. Anche il rispetto per l’insegnante non è più un aspetto scontato, bisogna insegnarlo; inoltre è tutt’altro semplice far capire ai ragazzi che, per ottenere qualsiasi risultato, è necessario impegnarsi costantemente.

Il judo è uno sport ?

Il judo è molto di più. Il Fondatore del judo, Jigoro Kano, era un insegnante; negli anni 1889/1891 era stato inviato dal Ministero dell’educazione giapponese in Europa a studiare i modelli educativi. Ha poi diretto per un ventennio la scuola magistrale di Tokyo. Il judo, nato come arte marziale, è così diventato un metodo educativo; solamente a partire dall’ultimo dopo guerra è stato promosso anche quale sport.

Per un giovane il judo sportivo è importante ?

Certo. In gioventù è naturale che l’approccio al judo sia di carattere sportivo. Si pratica acquisendo delle capacità e ci si mette alla prova affrontando avversari in competizione. Il judo tuttavia vuole insegnare, non a sconfiggere l’altro, ma a superare le nostre paure e i nostri limiti. Con il passare degli anni ci si rende conto che il judo, se praticato seriamente, contribuisce alla formazione. Jigoro Kano ha scritto che l’obiettivo del judo è rendere fisicamente sani, moralmente forti e socialmente utili i praticanti.

Hai scritto tre racconti sul judo, per quale ragione ?

Per festeggiare i 50 anni del DYK Chiasso ho scritto un primo racconto “Le stagioni del ciliegio”,  volevo indicare come il judo possa essere praticato in tutte le fasi della vita. È la storia di fantasia di un giovane giapponese che per caso inizia a praticare divenendo prima un’agonista, poi un insegnante, infine il riferimento della scuola. Il libro è stato regalato ai soci in occasione dei festeggiamenti del cinquantesimo. Visto le positive reazioni ho voluto dare un seguito ed ho così scritto “Il Racconto di Maruyama” e “Le Memorie di Saito”. Il secondo libro mi ha permesso di raccontare la storia del judo, coinvolgendo anche il Fondatore, il terzo il judo agonistico di alto livello. In tutti e tre i racconti ho cercato di mettere in evidenza la corretta finalità del judo: titoli e campioni passano, non sono importanti, l’apprendimento dei valori resta ed è il fine vero della disciplina.

Chi ti ha sostenuto negli anni ?

Ho sempre avuto la fortuna di poter contare sul pieno sostegno di mia moglie Brunella, first lady del DYK. Inoltre abbiamo cresciuto i nostri due figli (Manrico e Mattia) al dojo. L’educazione e i valori che il judo ha trasmesso loro ha fatto si che entrambi divenissero insegnanti per professione. Oggi sono a loro volta genitori; mi auguro che sappiano trovare la voglia ed il tempo per trasmettere ai loro figli quanto appreso. Nel corso degli anni inoltre si sono avvicendati in comitato diversi judoka o genitori di judoka sui quali ho potuto contare. Da menzionare infine sono gli insegnanti professionisti che al dojo si sono succeduti; da un decennio abbiamo Paolo Levi (classe 1976, 4° dan FILKAM), un ottimo tecnico e formatore.

Desideri formulare un augurio ai praticanti di oggi ?

Il judo, inteso correttamente, è un cammino di continua crescita personale. Chi lo sceglie spesso non ne è consapevole. Chi insegna al DYK cerca di promuovere i valori e i principi che lo contraddistinguono. Non sempre tuttavia questi passano. L’augurio che mi sento di formulare a chi pratica e di riuscire a comprendere il vero messaggio del judo, a comportarsi di conseguenza ed a ritagliarsi nelle varie fasi della vita, a dipendenza del tempo disponibile, momenti regolari di pratica. I benefici lungo il cammino non mancheranno.